Mi chiamo Marco. Vivo a Roma. A metà dei trent’anni i capelli se ne andavano. Cappello, taglio corto. Poi la fronte si è aperta, il vertice si è assottigliato. Una lampada a soffitto o un giorno di vento mi tradivano. A Roma conosco tipi che se lo sono fatto. Alcuni risultati spaventavano di più. Capelli da bambola, rigidi? La nuca mangiata dalle tarme? L’ufficio con una testa rossa di croste?
C’erano trapianti che non si vedono. E fabbriche, telefoni che poi non rispondono. Digitavo è sicuro un trapianto di capelli in Turchia? Non un titolo. Qualcosa che mi facesse dormire.
Ho scritto a Just Clinic Istanbul. Non il prezzo per primo. I capelli da bambola, la nuca, atterrare da solo. Hanno risposto con angoli e densità, non con un prima e dopo da pubblicità. Sul foglio, accanto all’ospedale, c’era Just Clinic Istanbul trapianto di capelli. Se sei arrivato qui con trapianto di capelli Just Clinic Istanbul nella barra, eri dove ero io, a Roma, all’una di notte.
I singoli, l’angolo
Quelle teste in strada: ciuffi da tre, in piedi, i vuoti. Il trapianto da venti metri. Volevo densità. Non un cartello.
L’ho detto in visio. Quell’aspetto viene dal piantare a piombo e dal mettere capelli spessi sulla linea. Avrebbero separato i follicoli al microscopio: da uno, da due, da tre. Sulla linea, solo i singoli, con l’inclinazione che avevo già. Mesi dopo il capello usciva vicino al cuoio, con una pendenza. Il barbiere, tagliandomi, ha detto che faticava a vedere il trapianto.
Non un righello da diciottenne
Foto di tipi di quaranta con una linea da scuola. Un cartone, non giovane.
La mattina dell’operazione si è seduto con la matita. Muscoli della fronte, le tempie, come rido. Una linea con rientranze, non un filo teso. In natura non ci sono linee dritte. La versione migliore della mia età, non da ragazzino. Quando i capelli sono usciti, quella linea stava morbida. Dicono che sembro più a posto. Era quello che volevo.
La nuca a scacchiera
I capelli di dietro vanno sulla chiazza. Avevo letto di nuche sottili, un arazzo con i buchi.
Misurano cosa può dare la nuca. Non la svuotano per riempire davanti. A scacchiera, spazi tra gli innesti. Al decimo giorno, croste dietro cadute, non credevo che da lì fossero uscite migliaia di radici. Il barbiere passa la macchinetta e non si vede una chiazza strana.
Fine secondo mese
Avvertono: quello piantato cade. Forum: al sesto mese ancora pelati, come se li avessero derubati.
Lo shock loss è il follicolo che riposa. Cade il capello. Resta la radice. A fine secondo mese era caduto quasi tutto. Ero di nuovo il tipo di prima. Ho pianto. Ho mandato foto. Hanno chiamato. Era nel piano. Al quarto mese ha ricominciato, più forte. Non era un furto.
Al decimo giorno, l’ufficio
Entrare con una testa rossa e crostosa mi tagliava.
Lavaggio, lozione, un foglio scritto. Ogni giorno. Al decimo giorno niente croste. Sono rientrato a macchinetta. Nessuno ha visto quella testa-ferita.
Finito, in hotel
Tipi che piangono con gli aghi. Giornate in corsia con la testa da fumetto.
Ospedale vero. Quando è finito non sono rimasto ricoverato. Anestesia a pressione, senza ago. Piccoli colpetti, come uno spray. Circa sette ore, un film, qualche crollo. Benda, macchina della clinica, hotel. Non ho dormito in corsia. Testa alta nel letto. Quanti giorni a Istanbul lo ha detto il foglio, non un pacchetto da facelift.
Avevamo chiuso un numero e un prezzo. Sulla nuca sono uscite più radici sane di quanto si aspettassero. Le hanno piantate anche sul vertice. Non un euro in più.
Roma, il WhatsApp
Il salto di prezzo accende la domanda. Fabbriche di capelli. Non ho preso l’offerta più bassa. Ho chiesto le carte, un medico vero, una clinica da ospedale, non un negozio. Si cerca trapianto di capelli Turchia e arriva una lista. Io ho chiesto un ospedale.
All’arrivo, il mio nome. Hotel e clinica: macchine, vetri scuri. Non la metro con la benda. Quella che stava con me parlava italiano. «Marco, fa male? vuoi acqua?»
Un tipo in Italia, un anno prima. La linea, la nuca, in quanti giorni le croste. Quello che mi ha raccontato, mesi dopo, l’ho vissuto. Quell’ora mi ha messo sull’aereo.
A Roma, ogni WhatsApp, la stessa persona. Foto della testa. Quando è caduto tutto e ho scritto in panico, hanno chiamato. Non mi sono sentito abbandonato.
Se ti nascondi dal vento e dalle lampade, se i capelli da bambola ti tengono sveglio: io ci sono passato. Sono Marco, a Roma. Posso pettinarmi. Il cappello non è più il primo gesto.
La tecnica sta sulla pagina del trattamento. Gli importi, sulla pagina prezzi.